Amica rovina

#feedthehamster

Perché siamo così affascinati dalla rovina?
Forse perché percepiamo che nella rovina risiedono le radici della nostra civiltà, le nostre radici.
È una sorta di richiamo materno, che ci spinge ad essere catturati da speroni e mura altrimenti indifferenti. È quell'intima, magica e psicologica attrazione verso l'ignoto risaputo, verso il grembo materno di noi stessi. È quella sensazione inconscia che cattura tutti, inspiegabilmente, dal bambino all'anziano, dallo studioso al brigante. Questo penso succeda perché l'essere rovina innesca un meccanismo automatico per cui il nostro cervello la interpreta inconsciamente come contenitore di storia e, quindi, della nostra storia. Della storia di ciascuno di noi. Della nostra società, dei nostri genitori, delle nostre città. E il fatto di vederla irrimediabilmente persa ci commuove.
Ma la commozione non deve bastare.
È per questo stesso motivo che ritengo la musealizzazione/imbalsamazione della rovina un grande errore: solo attraverso la conoscenza si può placare la sete di sapere che sgorga alla vista di una rovina. Quante volte ci imbattiamo in rovine e ne usciamo a bocca asciutta... Come se vedessimo dal vivo un bisnonno mai conosciuto ma non avessimo la possibilità di parlarci......

La conservazione delle rovine deve pensare fortemente a un uso che consenta ad esse di adempiere all'intimo richiamo dei suoi visitatori: la conoscenza.
Spazi di studio, indagine, ricerca non sono le uniche funzioni possibili, ma sicuramente quelle indispensabili per far si che quel richiamo materno non diventi col tempo un semplice ronzio....

Arch. Nicola Piacentini

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