Pensieri Mies-tificatori

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La divisione di pensiero attorno al ruolo e alla visione architettonica contemporanea può essere ancora oggi riassunta attorno a quei medesimi due poli? Oggettiva e soggettiva? E’ corretto accettarli entrambi?


Nel 1960, Ludwig Mies van der Rohe sosteneva la tesi per la quale esistessero, all’epoca, 2 filoni di pensiero o due “tipi” di tendenze architettoniche: una poteva definirsi una tendenza oggettiva, l’altra soggettiva. La prima, sfociava in un’architettura che Mies definiva strutturale, la seconda in un’ architettura che lui definiva estetica.
Il maestro si calava perfettamente all’interno della prima, come lui stesso ribadiva in più occasioni. Perché legato alla verità e all’oggettività dell’epoca (“l’architettura è la rappresentazione spaziale dell’epoca in cui sorge”), rifiutandosi categoricamente di esercitare il secondo filone, più vicino alla scultura, alla pittura e alle arti, più che all’architettura... questo in quanto l’architettura era “l’arte del costruire”: in essa si concentravano aspirazioni artistiche ma anche forti connotati costruttivi, era in parte arte e in parte struttura...
Da qui si possono affrontare una serie di ragionamenti per cercare di far luce sulla gran confusione che annebbia la testa di tanti architetti alla ricerca della “verità”.
La straordinarietà dei grandi Maestri è, credo, legata al fatto che i loro pensieri rimangono nel tempo costantemente di straordinaria attualità. E Mies van der Rohe è un maestro consacrato.

La divisione di pensiero attorno al ruolo e alla visione architettonica contemporanea può essere ancora oggi riassunta attorno a quei medesimi due poli? Oggettiva e soggettiva? E’ corretto accettarli entrambi?

In parte si. Ma è corretto parlare di “divisione”?
L’architettura di oggi può essere ancora in parte riassumibile nelle visioni che Mies constatava e delineava nel 1960. Da una parte, un filone di pensiero, che ha le sue radici all’interno di alcune Facoltà di Architettura, legato all’architettura intesa come fatto emozionale. Ed esclusivamente come esso. Un filone che sembra essere più legato alla plasticizzazione della forma, intesa come un processo di continua sperimentazione delle tecniche costruttive e dei materiali del tempo, sconnesso a qualsiasi intento di relazione fra forma e struttura, in cui l’emozione e lo stupore sono le sole e uniche ragioni a cui l’opera di architettura fa fine. E’ il filone dei Norman Foster, dei Massimiliano Fuksas, dei Daniel Libenskin, delle Zaha Hadid.
Un filone che estremizza e reinterpreta in modo ostentato il paradigma di Le Corbusier, secondo cui la “costruzione è per tener su, l’architettura è per emozionare”.
L’altro filone invece, quello soggettivo, parte ancora oggi dalle idee del grande Maestro, Mies van der Rohe, secondo cui “laddove la costruzione prova un contenuto autentico, là sorgono opere vere, opere vere e corrispondenti alla loro essenza”. E’ il filone dei Campo Baeza, dei De la Sota, dei Rafael Moneo, dei Renzo Piano. Un’ideologia per cui “l’arte di costruire” viene intesa come un’inscindibile binomio fra componente oggettiva e soggettiva, in relazione dialettica fra loro, fra arte e struttura, l’una accanto all’altra.

Ora viene da chiedersi, ma qual è la via corretta da seguire per il nostro tempo?
La risposta, credo sia entrambe.
Lo stesso Mies, riprendendo il concetto in apertura, sosteneva come i due filoni non si potessero mischiare, perché infondo, “l’ architettura non è un Martini”.
Diviene allora forse utopico pensare di poter riunire tutti i progettisti attorno a un tavolo e decidere le regole del gioco, proprio per la natura stessa dell’architettura.
L’arte di costruire... componente artistica e pratica. Che la si veda nell’uno o nell’altro modo, la componente soggettiva rimarrà fortemente caratterizzante di questo mestiere, e proprio per questo non sarà forse mai possibile far combaciare i due filoni. Impossibile ma anche non corretto. D’altronde, è una condizione che come abbiamo visto è insita da sempre all’interno della pratica architettonica ed è un dualismo che forse non è nemmeno corretto estinguere. Apparirebbe come una battaglia persa...
Ciò che invece dovrebbe far riflettere, è la comparsa di un altro filone, relativamente recente, che si affianca agli altri due...

E’ un filone nato molto tempo fa e rafforzatosi moltissimo negli ultimi 10 anni, come risultato consequenziale della profonda crisi economica che ha colpito il settore delle costruzioni. Attenzione però, perché anche negli anni ’60-’70 la tendenza era di volgere lo sguardo alla componente economico-funzionale. L’Italia ne era una capostipite. Era il filone delle case economico-popolari, nate da stretti bisogni funzionali, economici e tecnici. Un filone in cui sembrava essersi smarrita la componente soggettiva, ma non per questo, si badi, l’identità degli interventi.
Se si volge uno sguardo infatti ai quartiere economici popolari, ci si renderà conto di una sostanziale ed evidente differenza fra essi e le nostre periferie: essi hanno un’identità. Rispondono perfettamente ai bisogni della loro epoca, sono perfettamente inclini alla visione di Mies, forse estremizzata. Pur non essendo interventi “urlanti”, il loro carattere è immediatamente riconoscibile nelle impostazioni planimetriche, nella composizione delle facciate, nell’uso dei materiali e della strutture. Sono interventi fortemente identitari.
Nelle nostre periferie invece, questa identità appare assente. O meglio, la “non identità” è la loro identità... Non troviamo cioè alcune apparenti idee dietro gli interventi che circondano le nostre città, non riconosciamo nessun pensiero, nessuna intenzionalità.
Appaiono come tentativi vuoti di fare architettura attraverso retaggi antichi, attraverso la ripresa di alcuni canoni dell’architettura razionalista impiantati in un epoca con cui essi non c’entrano nulla. I palazzi e le case che ci circondano, appaiono brutte copie degli edifici razionalisti degli anni ’70-’80, ma con il problema che questi edifici rispondevano, come detto, alle caratteristiche della loro epoca, che non sono evidentemente le stesse dei giorni nostri...

Forse, questa condizione di malriuscito “copia-incolla”, mancante della parte di reinterpretazione e riappropriazione identitaria, è generata da un momento storico in cui il territorio non è più governato dall’unica figura che, per formazione, avrebbe la cultura per trasformarlo consapevolmente, ovvero l’architetto. Forse il volto delle nostre città è stato influenzato dall’ombra terribile di un nuovo filone, una nuova tendenza, quello che chiamerei “filone del clientelismo”.
Una condizione cioè, in cui l’architetto non viene più visto come una figura predominante, come il riferimento, come la figura intellettuale principale della pratica del costruire, ma come una sorta di burattino nelle mani di una committenza che, per forza di cose, detta legge. E lo fa proprio per la condizione che l’architetto oggi ha assunto.
Un tempo, era il committente a ricercare l’architetto. Era il periodo d’oro, dove i lavori abbondavano e i clienti prosperavano.
In questa condizione, l’architetto era in grado di modificare consapevolmente il territorio mantenendo fede alla richiesta della committenza. Egli poteva tenere maggiormente le redini della situazione, in quanto non era assillato forse dai numerosi problemi economici legati alla condizione attuale.

Oggi questo non è più possibile.

Salvo alcuni rari casi, l’architetto medio-piccolo, pur avendo studiato e ambendo, giustamente, a un ruolo di controllore decisionale delle modifiche, necessariamente consapevoli, del territorio mediante le sue costruzioni, viene oggi costantemente messo alle strette da una situazione in cui la committenza scarseggia e l’architetto abbonda. Vi è quindi una sorta di “terrore”: il terrore, giustificato e comprensibile, di perdere.

Ecco quindi che quel ruolo si svilisce, le capacità si appianano, perché comunque il cliente “troverà sempre qualcun’altro in grado di farmelo così, perché dovrei ascoltarlo?”...
Quindi, se vogliamo vedere, è una sorta di “filone soggettivo potenziato”, in cui il progetto viene fatto ESCLUSIVAMENTE in base alle richieste del committente, che solitamente non è verosimilmente in grado di compiere operazioni coerenti per il territorio.
Ecco che allora la figura dell'architetto si trasforma, si distrugge: da acuto consigliere diventa indifferente burattino.
Questa condizione, a lungo andare, sta distruggendo e distruggerà sempre più due cose: il territorio e la figura dell’architetto.

Arch. Nicola Piacentini

Ecco che allora la figura dell'architetto si trasforma, si distrugge: da acuto consigliere diventa indifferente burattino.

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